Eccoci al secondo appuntamento con la rubrica #dintorniletterari di Libreria Vettori.

L’obiettivo di questa rubrica bimestrale è far conoscere ai nostri lettori alcuni autori locali, della zona di Cittadella, della provincia o del Veneto in generale.

Dopo aver intervistato l’artista Gino Tonello (leggi qui l’articolo), abbiamo deciso di giocare in casa e di lasciare la parola a un autore cittadellese DOC: Vittorio Cecchetto.

L’abbiamo incontrato nell’Anfiteatro di Campo della Marta, a pochi passi dalla libreria, circondati dalle nostre amate mura medievali.

AUTORE

Vittorio Cecchetto

LIBRI PUBBLICATI

Il primo testimone
Cittadella monamour

Vittorio Cecchetto è cittadellese “certificato” da almeno 15 generazioni e il primo della famiglia a interrompere la tradizione contadina dettata dai suoi avi.

Ci racconta: “Ero curioso di sapere come si chiamassero i miei nonni, i miei bisnonni. Ho un ricordo distinto di aver fatto delle domande a mio nonno, il quale si ricordava come si chiamava suo papà e già aveva difficoltà a ricordare come si chiamasse il nonno. Una volta cresciuto, mi sono chiesto dove poter andare a trovare questi dati e ho scoperto che l’archivio parrocchiale era una miniera. Sono stato fortunato perché ci sono delle radici belle profonde, ho trovato tutti, nessuno si è mai mosso, mentre era molto facile un tempo che si spostassero. Quindi, sono cittadellese da 14-15 generazioni, dalla seconda metà del ‘500, a partire da quando ci sono documenti scritti a riguardo.”

Vittorio Cecchetto è maestro di musica, è stato imprenditore ed è impegnato professionalmente su molti fronti. Da sempre i suoi interessi spaziano in ambiti diversi: “Ho studiato musica, composizione e direzione d’orchestra, e poi mi sono laureato anche in Conservazione dei beni culturali. Era una bella lotta tra entrambe le passioni. Poi mi sono occupato anche di altro. Ho sempre insegnato musica, in molte scuole private, anche a Cittadella, e poi anche per conto mio con molti allievi. Suono il pianoforte, ho suonato in tanti gruppi, abbiamo messo in scena il Nabucco di Verdi a Padova e un’opera inedita di Galuppi a Venezia tanti anni fa. Questo associato a interessi relativi alla conservazione dei beni culturali e all’arte in generale.”

Come è nata la tua passione per la scrittura?

Assieme a quella per la musica. Io ho sempre letto moltissimo e continuo anche adesso. Non so se si tratti di una passione, perché non è una cosa che acquisisci, è una cosa genetica. È come respirare, non puoi non leggere.

Poi c’è qualcosa di straordinario nella letteratura, nella narrativa, nella scrittura in quanto tale che mi ha sempre affascinato e mi affascina tuttora: la capacità di rivelare l’interiorità, il pensiero delle persone e le cose anche più intime, magari in maniera elegante, stilisticamente compiuta, interessante. È qualche cosa di veramente straordinario, di notevolissimo che ha implicazioni persino spirituali, teologiche e quant’altro.

Mi diverto a scrivere, mi piace. Il motore della scrittura è questa voglia di raccontare, di vedere le cose in immagini in qualche modo fermate, stabilizzate in un attimo che si suppone eterno, in un momento consolidato che è quello della pagina, e capire se questo momento sta in piedi, ha una sua dignità, una sua percentuale di intelligenza. Vedere se le cose che hai pensato e che scrivi riescono, nella stessa maniera in cui ti hanno emozionato, a emozionare anche gli altri. Perché poi il punto è questo: la scrittura non è mai per se stessi, altrimenti è un atto di solipsismo, è un atto egoistico, che non serve. Io non credo molto in queste forme diaristiche che poi restano intime nel cassetto. La scrittura è sempre un fatto che si fa per gli altri ed è bello vedere poi se c’è una risposta negli altri. Può anche essere che non ci sia o che sia una risposta debole. Ma è anche bello mettersi in gioco.

La scrittura non è mai per se stessi, altrimenti è un atto di solipsismo, è un atto egoistico, che non serve.

“Cittadella monamour” è una raccolta di storie incredibili, di vita vissuta in prima persona da te e dalla tua famiglia, affiancate a vicende storiche legate alla città murata e a racconti mitologici. Cittadella e i suoi abitanti, affetti da gravissimo snobismo, vengono ritratti spesso in modo molto, molto sarcastico.

Come è stato accolto dalla critica “nostrana”?

Spero con la dovuta autoironia.

Devo dire molto bene, perché evidentemente questa ironia è passata. Era palese, d’altra parte, quindi non ha fatto male.

Nello stesso tempo, devo ammettere però che qualche sacca di resistenza c’è stata e c’è, ma questo fa parte del gioco. E poi è tipico del cittadellese.

Ora, attenzione, in questo libro si parla sostanzialmente di Cittadella. Il mio editore, la Biblos, quando lo abbiamo pubblicato mi ha giustamente fatto osservare che in questo modo si limitava molto il potenziale del testo. Ma era una scelta precisa la mia, cercando di fare un ritratto di un cittadellese più o meno ideale, che è poi il ritratto di molti concittadini veneti, e forse anche italiani, si identificano personaggi che in realtà fanno parte del patrimonio comune della nazione.

Di fatto io non sono stato particolarmente originale: operazioni del genere vengono fatte, sono state fatte, e l’idea è quella di rappresentare a livello locale una realtà che è invece molto più ampia. Siamo tutti appartenenti a comunità molto piccole, vivaci, con tutti i difetti e le idiosincrasie. E Cittadella è l’esemplificazione di questa realtà.

A noi il libro è piaciuto molto e, a tratti, ci ha fatto ridere di gusto. Il modo in cui è scritto, oltre al contenuto, dà vita a un umorismo sottile che ti accompagna dal titolo fino all’ultima pagina: parole dialettali e termini forbiti, registri aulici e chiacchiere informali si alternano, stampando sul volto del lettore un sorriso che fatica ad andarsene.

Il libro è inoltre infarcito di battute e modi di dire in dialetto veneto, lingua che nella prefazione dello stesso libro viene definita “sconfitta” dai cittadellesi snob.

Hai mai pensato di scrivere qualcosa interamente in dialetto?

Francamente no, ma non perché abbia delle particolari difficoltà o delle ritrosie nei confronti del dialetto, anzi.

Non lo so, adesso tu l’hai detta, potrei anche pensarci.

C’è un rischio molto alto nella scrittura dialettale. Innanzitutto, quella sì diventa necessariamente una scrittura locale, e quando dico locale intendo dire che a Vicenza già ti riconoscono meno. Proprio perché siamo il paese dei campanili, uno che sente un dialetto padovano, alto-padovano diverso da quello della bassa padovana, già in qualche modo si chiude a riccio. Il dialetto segna sì una comunità, quella locale, ma segna anche una differenza, costituisce in qualche modo una barriera, un muretto.

Scrivere qualche cosa in dialetto è rischioso. O lo fai in una maniera straordinaria, penso a Goldoni, altrimenti rischi di diventare così un narratore locale, in qualche caso addirittura meno, perché già il dialetto di Tombolo è diverso da quello di Cittadella. Allora bisogna stare attenti in questo senso. Non è che l’operazione sia impossibile, ma serve veramente un talento notevolissimo e la capacità di tirarsi fuori da tutti i problemi di cui ho appena parlato. Altrimenti si corre il rischio di cadere se non nella volgarità, nella macchietta, nel grottesco, nel localismo, un’operazione che magari è poco interessante.

Il tuo primo romanzo invece si intitola “Il primo testimone” e racconta la storia di Guido Morosini, un professore universitario di lingue orientali alle prese con un documento misterioso.

Come è nata l’idea di questo libro?

È una cosa completamente diversa da “Cittadella monamour”, è un testo che ha ambizioni nazionali, anche di più. Ha una destinazione programmatica completamente diversa, non locale, perché nasce anche da ispirazioni diverse.

Faccio fatica a rispondere a questa domanda, che mi hanno fatto in molti, perché ho scritto un libro per non rispondere o rispondere a questa domanda. “Il primo testimone” è la risposta a quella domanda.

Il punto è che si tratta di una sorta di giallo che è in buona parte frutto della mia fantasia, ma non del tutto. Lo scrivo anche, nasce da alcune suggestioni di realtà e da esperienze che mi sono toccate. C’è questo aspetto di verità che salta fuori, una sorta di cronaca.

Ci sono state tante ragioni per cui ho scritto quel libro, la prima è quella di cui parlavamo prima, la principale: il gusto di narrare, di raccontare. Ma è anche una risposta a varie problematiche, che leggendo il libro emergono, che mi è capitato di affrontare nel corso del tempo, direi anche in anni recenti. 

I temi sollevati sono in qualche misura anche piuttosto importanti, relativi al senso della vita, alle convinzioni religiose che ci vengono impartite, che ognuno di noi si trascina dietro, al fatto di fondare queste convinzioni religiose su delle fonti che in qualche modo devono trovare un fondamento anche documentale, e qui tornano anche i miei studi in Conservazione dei beni culturali perché sono stato molto attento all’aspetto documentale, della memoria certificata.

I fatti raccontati non appartengono a vicende recenti, ma a una storia di 2000 anni fa che ha o che potrebbe avere dei fondamenti nelle narrazioni evangeliche, che trovano ne “Il primo testimone” una ragione di sviluppo e che sono un po’ il nucleo centrale del testo attorno a cui si svolgono una serie di vicende, alcune anche inquietanti e turbolente, drammatiche.

Stai lavorando a una nuova pubblicazione?

Ovviamente sì.

Uscirà a brevissimo un testo completamente diverso dai primi due, è un testo tecnico che riguarda la “Cena in Emmaus“.

Anche qui l’aspetto storico e della ricerca archivistica si rivela ancora una volta interessante. Il dipinto che abbiamo qui a Cittadella di Jacopo da Ponte è in realtà un codice strepitoso. Perché viene chiesto dalla comunità e dall’arciprete in un momento in cui Cittadella è uno degli epicentri più importanti a livello nazionale del pensiero eretico, quello che allora era semplicemente un pensiero riformatore, un’alternativa all’andazzo che il cattolicesimo romano aveva ormai da secoli.

Dalla ricerca sperimentale emerge un intreccio di informazioni che racconta la genesi di un dipinto che è la fotografia di una situazione sociale molto complessa, molto travagliata e che trasmette informazioni sulla Cittadella del ‘500, centro di una serie di tensioni molto forti, violente, drammatiche che in quel dipinto trovano in qualche modo una rappresentazione.

Qual è il tuo libro preferito o il libro che ha segnato un momento di svolta nella tua vita?

Questa dovevo prepararmela, è complicato rispondere.

Mi verrebbe da dire quasi una banalità: io credo che la Bibbia sia il libro da cui non si può prescindere in qualche modo, perché è il libro fondamentale della nostra cultura per come la conosciamo, e non solo della nostra ma di buona parte del pianeta. Anche da un punto di vista delle forme, della narrazione, della costruzione dei personaggi. C’è di tutto e di più lì dentro, oltre che ovviamente l’aspetto spirituale, la vita. Ci sono poi dei linguaggi che io trovo strepitosi perché sono visionari. In qualche modo antichissimi, ma di una modernità sconcertante. Ti lasciano anche oggi, a rileggerle a distanza di qualche migliaio di anni, senza fiato. Chissà chi le ha scritte, ma la forza che emerge da quella narrazione, dalla potenza della visione che riesce a evocare le parole è talmente dirompente e gigantesca che poi di fatto diventa addirittura una formalità nella liturgia della chiesa. Noi ci siamo abituati ad ascoltare certe parole, certe espressioni così come se fossero qualcosa di routine. Poi però in realtà se uno le analizza e le ascolta con attenzione si rende conto che c’è un potenziale esplosivo, eversivo, rivoluzionario dentro quei testi. 

Poi la narrativa italiana ha dei capolavori assoluti, però l’elenco sarebbe davvero infinito. Ci sono autori che ammiro perché hanno un talento, una genialità, un istinto narrativo incredibile. Mi viene in mente per esempio Pirandello, o per venire a tempi più recenti Umberto Eco con “Il nome della rosa”.

 

I libri di Vittorio Cecchetto sono disponibili in Libreria Vettori a Cittadella (PD) e, se invece non siete in zona, possiamo spedirli in tutta Italia grazie alla collaborazione con Libridaasporto. Per maggiori informazioni o per ordinarli, contattateci!

Ringraziamo Vittorio per la sua disponibilità e per averci concesso di fare incursione nella sua vita di scrittore, e ringraziamo anche voi per averci letto.

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