È arrivato gennaio e con l’inizio del nuovo anno, tiriamo le fila del precedente: i libri che ho letto nel 2025 sono in tutto 79, di cui moltissimi mi sono piaciuti, qualcuno di più, qualcun altro di meno. Se vi siete persi le letture di quest’anno, recuperate gli articoli precedenti del blog.

Tra novembre e dicembre i libri letti sono 13: 2 saggi, 9 romanzi e 2 libri per ragazzi.

Ve ne parlo meglio qui sotto, procediamo?

Cosa si prova

di Sophie Kinsella

L’ultima fatica di una grande scrittrice contemporanea

Eve, una famosa scrittrice, un giorno si sveglia in un letto di ospedale senza ricordare come ci sia finita. Il marito, sempre presente, le spiega che è stata sottoposta a un intervento chirurgico per rimuovere un grosso tumore al cervello. Mentre impara nuovamente a camminare, parlare e scrivere, Eve deve fare i conti con la sua diagnosi e affrontare la malattia trovando anche il modo di spiegare quanto le sta accadendo ai suoi amati figli. Così, inizia a rendersi conto di cosa per lei sia più importante.

Mi è piaciuto perché: l’autrice parla con sincerità di una situazione che la sta colpendo in prima persona. Anche se romanzato, questo libro parla infatti della sua esperienza personale e risulta per questo molto toccante. Sophie Kinsella è mossa, come nei suoi best seller romantici ed umoristici, dal desiderio e la speranza di un finale felice. Finale che, purtroppo, nella realtà non può che essere tragico, visto che non esistono cure per la sua malattia e le statistiche parlano chiaro: Madeleine Sophie Wickham, in arte Sophie Kinsella, è morta il 10 dicembre scorso.

Cara Ijeawele

di Chimamanda Ngozi Adichie

Ovvero, quindici consigli per crescere una bambina femminista

Cosa significa essere femminista oggi? Per prima cosa reclamare la propria importanza, di individuo e di donna insieme; reclamare il diritto all’uguaglianza senza se e senza ma. E cosa significa essere una madre femminista? Non smettere di essere una donna, una professionista, una persona, e condividere alla pari la responsabilità con il proprio compagno. Mostrare a una figlia le trappole tese da chi la vuole ingabbiare per mezzo della violenza, fisica o psicologica, in un ruolo predefinito, e spiegarle che quel ruolo non ha nessun valore reale e che potrà scegliere di essere ciò che vorrà. Farle capire che la sua dignità non dipende dallo sguardo e dal giudizio degli altri e che la sua realizzazione non dipenderà dal compiacere quello sguardo. E significa soprattutto insegnarle che l’amore è la cosa più importante, ma che bisogna anche capire quando è il caso di battersi contro l’ingiustizia.

Mi è piaciuto perché: l’autrice delinea in parole semplici un atteggiamento positivo, rispettoso e costruttivo da assumere per essere femministi oggi. Poiché si tratta di un pamphlet scritto sotto forma di lettera, il messaggio viene veicolato in maniera confidenziale e chiara, pur risultando universale nel contenuto.

Il posto

di Annie Ernaux

Un romanzo breve ma intenso sulla figura del padre

La storia di un uomo, prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria in una città della provincia normanna, raccontata con precisione chirurgica, senza compatimenti né “miserabilismi”, dalla figlia scrittrice. Dall’altro lato, la storia di una donna che si affranca con dolorosa tenerezza dalle proprie origini e scrive dei suoi genitori alla ricerca di un ormai impossibile linguaggio comune.

 

Mi è piaciuto perché: amo la scrittura limpida e a tratti feroce di Annie Ernaux e sto recuperando pian pianino tutti i suoi scritti. In questo romanzo breve ci parla di tensioni e incomprensioni intergenerazionali, ma anche di affetto, rancore, rassegnazione. 

Tutta intera

di Espérance Hakuzwimana

Il romanzo d’esordio di un’autrice italiana di origini ruandesi

Ci sono storie che aspettano di essere raccontate, come quelle delle ragazze e dei ragazzi di Basilici, che sono italiani ovunque siano nati. Sono storie d’identità, paura del diverso e desiderio di appartenenza, di discendenze lontane e di un domani che si esige nelle proprie mani. A raccontare questi ragazzi è Sara, che tutte le settimane li incontra per aiutarli con la scuola. Ha il loro stesso colore di pelle ma è cresciuta in Città. I suoi studenti arrivano da tutte le parti del mondo e la guardano con diffidenza. La chiamano Signorina Bellafonte, perché anche se è nera (come la maggior parte di loro) non è una di loro: è cresciuta di là dal fiume, suo zio è il guardiano del frutteto, è la figlia adottiva di un professore di liceo e della cuoca dell’asilo. Ora don Paolo le ha trovato questo lavoro, crede che lei sia la persona giusta. Giusta perché? Questi ragazzini, che conoscono tre lingue e ne inventano una diversa ogni pomeriggio, avranno pure il suo stesso colore di pelle ma la scrutano, la sfidano di continuo. All’inizio non riesce a ottenere la loro attenzione nemmeno per mezz’ora. Le parole non bastano più, forse la strada per comunicare passa per certe esperienze difficili del passato: ogni volta che si è sentita diversa, nel posto sbagliato.

 

Mi è piaciuto perché: ho intuito fin dall’inizio la componente autobiografica del romanzo e apprezzato l’analisi sociale e interiore dei personaggi raccontati. L’autrice scardina preconcetti, dimostra la complessità di riconoscersi in un’identità unica e statica, sottolinea l’insensatezza del razzismo e offre una chiave di lettura molto personale.

Leggere Lolita a Teheran

di Azar Nafisi

Un inno alla lettura, una denuncia sull’assurdità dei regimi

Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze tremende, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi in un’impresa fra le più ardue, e cioè spiegare a ragazzi e ragazze esposti in misura crescente alla catechesi islamica una delle più temibili incarnazioni dell’Occidente: la sua letteratura. Il risultato è uno dei più toccanti atti d’amore per la letteratura mai professati, e insieme una magnifica beffa giocata a chiunque tenti di interdirla.

Mi è piaciuto perché: è innanzitutto un inno al potere salvifico dei libri e della letteratura. Se la Repubblica Islamica dell’Iran priva i suoi cittadini delle libertà essenziali, le persone devono trovare la chiave per la propria realizzazione personale nel pensiero, nelle parole di autori stranieri e non, nella forza della letteratura e nello scambio di opinioni. Così, quando la professoressa Nafisi si sente oppressa, trova la forza per viaggiare con l’immaginazione e, attraverso un gruppo di lettura segreto, scandaglia ogni aspetto dell’animo umano e dell’uomo all’interno della società. Purtroppo, romanzo più attuale che mai.

Il talento della rondine

di Matteo Bussola

Un romanzo per giovani adulti su amicizia, amore e talento

Brando è nato per la danza: corpo perfetto, movimenti che incantano. Sua madre ha cucito su di lui un sogno preciso, che forse gli va troppo stretto. Ma quando il mondo tace, Brando disegna, per sentirsi libero, per correre incontro alla sua vera essenza. Ettore è l’opposto: la danza non lo ha scelto, lui l’ha strappata al suo corpo con ostinazione e fatica. Suo padre non capisce, ma Ettore continua a danzare. Ettore però ha anche un talento naturale: disegna con istinto e grazia, come se fosse la cosa più semplice al mondo. Sono così simili, Brando ed Ettore, molto amici e un poco rivali. Ma poi c’è Mirta, che arriva come un temporale d’estate, e li vede, li comprende. E portando scompiglio e allegria li costringe a guardarsi davvero, e a ripensare a tutto quanto…

Mi è piaciuto perché: con la sua trama semplice risulta molto scorrevole e adatto anche a quei giovani lettori che si affacciano alla lettura con fatica. Il tema del talento viene ben sviscerato, come quello dell’attrazione, delle relazioni tra coetanei, della gelosia e delle aspettative dei genitori.

 

Di madre in figlia

di Concita De Gregorio

Una storia di donne e di generazioni lontane

In questa lunga estate nonna e nipote si ritrovano insieme dopo dieci anni, si conoscono e si riconoscono, mentre la madre irrompe con telefonate ansiose sul fisso di casa perché, come primo gesto, Marilù ha requisito il cellulare alla ragazza. Per Adè la vacanza non potrebbe cominciare peggio, invece a poco a poco diventa un’avventura. C’è un segreto di cui la nonna non vuole parlare, qualcosa che riguarda la sua storia familiare, la linea femminile che la precede – sua madre, farmacista in un paesino del Sud, e la madre di sua madre, una guaritrice che è finita a vivere in un convento. Un’antica colpa in questa storia senza colpevoli.

Mi è piaciuto perché: è un libro breve ma profondo come il mare che circonda l’isola in cui è ambientato. L’autrice viaggia sul confine invisibile (e forse impossibile) tra amore, protezione e libertà che tre donne, madri e figlie, provano a delineare, ciascuna a modo suo e ciascuna con il proprio vissuto.

I nove doni

di Giovanni Allevi

Una riflessione profonda sul senso della vita e la felicità

Nel turbine della vita, siamo felici? La domanda ci può apparire persino superflua, occupati come siamo nelle attività e nei pensieri quotidiani. Come tutti, non se la poneva Giovanni Allevi, immerso in una vita impegnativa: composizione, concerti, tour, registrazioni, conferenze stampa e viaggi in tutto il mondo. Poi, è arrivato il mieloma. Tutto è crollato, la fragilità del corpo è diventata all’improvviso una tangibile realtà quotidiana, è cominciato un lungo e dolorosissimo percorso terapeutico. Giovanni, tuttavia, è riuscito ad accogliere nove doni: la libertà dal giudizio altrui, la coscienza di sé e l’autenticità, la prospettiva regalata dalla storia e dalla cultura, l’amore per la bellezza e per la Natura che guarisce, la gratitudine per gli incontri con persone, come i medici e gli infermieri, capaci di cambiare il corso dei suoi giorni. E una nuova e profonda dimensione dello Spirito che anche oggi, tornato sul palco, si fa tutt’uno con la Musica.

Mi è piaciuto perché: ci sono continui rimandi alla filosofia, alla musica, alla religione, rendendo questo libro un trampolino di lancio per approfondire una conoscenza universale.

Non mi è piaciuto perché: ho trovato banale e a tratti pesante la retorica del guerriero che lotta contro qualcosa di terribile, la malattia come guerra, la forza interiore come unico scudo. Credo che sia un’immagine sbagliata del malato.

I miei stupidi intenti

di Bernardo Zannoni

La storia di un animale che rappresenta l’umanità

Questa è la lunga vita di una faina, raccontata di suo pugno. Archy nasce una notte d’inverno, assieme ai suoi fratelli: alla madre hanno ucciso il compagno, e si ritrova a doverli crescere da sola. Gli animali in questo libro parlano, usano i piatti per il cibo, stoviglie, tavoli, letti, accendono fuochi, ma il loro mondo rimane una lotta per la sopravvivenza, dura e spietata, come d’altronde è la natura. Sono mossi dalle necessità e dall’istinto, il più forte domina e chi perde deve arrangiarsi. È proprio intuendo la debolezza del figlio che la madre baratta Archy per una gallina e mezzo. Il suo nuovo padrone si chiama Solomon, ed è una vecchia volpe piena di segreti, che vive in cima a una collina. Questi cambiamenti sconvolgeranno la vita di Archy: gli amori rubati, la crudeltà quotidiana del vivere, il tempo presente e quello passato si manifesteranno ai suoi occhi con incredibile forza. Fra terrore e meraviglia, con il passare implacabile delle stagioni e il pungolo di nuovi desideri, si schiuderanno fra le sue zampe misteri e segreti. Archy sarà sempre meno animale, un miracolo silenzioso fra le foreste, un’anomalia.

Non mi è piaciuto perché: nonostante abbia trovato il romanzo abbastanza scorrevole e ben costruito, credo che l’allegoria uomo-animale sia qualcosa di già visto e già sentito: il mondo animale è quello della sopravvivenza, dell’istinto, della crudeltà, mente il mondo umano è consapevolezza, pensiero sull’esistenza e sul divino. Forse, influenzata dalla critica e dai numerosi riconoscimenti ricevuti dal romanzo, avevo semplicemente aspettative troppo alte.

Tutta la vita che resta

di Roberta Recchia

Un romanzo magnetico, che non si riesce a posare

Roma, anni ’50. Marisa e Stelvio Ansaldo si innamorano quasi per forza nella bottega del sor Ettore, il padre di lei. La loro è una di quelle famiglie dei film d’amore in bianco e nero, fino a quando, anni dopo, l’adorata figlia sedicenne Betta viene uccisa sul litorale laziale, e tutti perdono il proprio centro. Quell’affetto e quella complicità reciproca non ci sono più, solo la pena per la figlia persa per sempre. Nessuno sa, però, che insieme a Betta sulla spiaggia c’era sua cugina Miriam, al contrario timida e introversa, anche lei vittima di un’indicibile violenza. Sullo sfondo di un’indagine rallentata da omissioni e pregiudizi verso un’adolescente che affrontava la vita con tutta l’esuberanza della sua età, Marisa e Miriam devono confrontarsi con il peso quotidiano della propria tragedia. Il segreto di quella notte diventa un macigno per Miriam fin quando l’incontro con Leo, un giovane di borgata, porta una luce inaspettata: l’inizio di un amore che fa breccia dove nessuno ha osato guardare.

Mi è piaciuto perché: è una storia che lascia col fiato sospeso, che emoziona a ogni pagina, toccando corde delicate e fondamentali: la potenza delle relazioni, la crudeltà senza spiegazione delle persone, la generosità, il senso di colpa che distrugge da dentro, l’amore puro, vero.

Non si dice sayonara

di Antonio Carmona

Un romanzo per ragazzi sulla vita familiare dopo una perdita

Vietato entrare nella stanza del pianoforte. Vietato parlare giapponese. Vietato leggere manga e guardare anime. E, naturalmente, vietato parlare della mamma e del suo Paese natale. Da quando la madre di Élise è morta, il padre ha imposto regole spietate in casa e si è barricato dietro la sua tristezza e una montagna di cipolle. Per fortuna a scuola c’è Stella, strampalata e affettuosa, con il suo viso che attraversa tutte le lettere dell’alfabeto. Quando nonna Sonoka arriva dal Giappone, è l’inizio di una rivoluzione…

Mi è piaciuto perché: tutta la storia è narrata dal punto di vista della ragazza, Élise, che con gli strumenti in suo possesso cerca di decifrare i comportamenti del padre depresso e della nonna “strana”. La sua non è una voce triste, ma la voce decisa di chi desidera non perdere ricordi e frammenti del passato per riuscire a immaginare un futuro.

Fame d’aria

di Daniele Mencarelli

Un romanzo vero, doloroso e necessario

Tra colline di pietra bianca, tornanti e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D’un tratto la sua vecchia Golf lo abbandona, di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna incontrano Oliviero, un meccanico che li scorta fino al paese più vicino, Sant’Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall’auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni. In attesa che Oliviero ripari l’auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione. Ad aiutarla c’è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Pietro è un uomo che vive all’inferno, preda di un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il suo dolore, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l’umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole.

Mi è piaciuto perché: è una storia potente, da leggere con attenzione per metabolizzare ogni singolo grido di dolore. La storia di un padre normale, con un lavoro fisso e un mutuo; di una moglie in carriera, dotata di un’intelligenza invidiabile, e di un figlio autistico, a basso funzionamento. Una vita stravolta, debiti impossibili da saldare, difficoltà quotidiane che spingono alla disperazione, a un viaggio improvvisato alla ricerca di una soluzione definitiva.

Una questione di famiglia

di Claire Lynch

Un romanzo delicato e toccante sulla sessualità, sui rapporti intergenerazionali e familiari

È il 1982 e Dawn, a 23 anni, ha già una figlia, Maggie, e un marito, Heron, che pianifica il loro futuro. Un futuro che, per quanto modesto, sembra avviato su binari sicuri. Finché Dawn non incontra una donna, Hazel, e quasi senza accorgersene se ne innamora. Decide di parlarne con il marito, convinta che lui, un uomo mite e benevolo, capirà. Non è così. Gli avvocati a cui l’uomo si rivolge gli consigliano di chiedere la custodia esclusiva di Maggie: donne “depravate” come sua moglie non possono occuparsi dei figli. Durante la dolorosa udienza in tribunale, Dawn viene dipinta come una figura pericolosa, una donna incapace di prendersi cura della sua bambina. È quindi costretta ad allontanarsi e a lasciare la piccola con il padre.
Nel 2022 Maggie, ormai adulta, è madre di due figli, ha un marito dolce e premuroso e coltiva con il padre un rapporto quotidiano inossidabile: nel corso della sua infanzia e dell’adolescenza lui è stato tutta la sua famiglia. Alla figlia il padre ha sempre raccontato che sua madre l’ha abbandonata dopo averlo tradito. Quando però Heron scopre di avere il cancro e inizia a mettere mano ai documenti accumulati in una vita, Maggie trova le carte che raccontano la vera storia di sua madre e, scoperta finalmente la verità, decide di provare a rintracciarla.

Mi è piaciuto perché: descrive ciò che accadeva realmente alle madri omosessuali nell’Inghilterra degli anni ’80, una realtà crudele a cui siamo ancora spaventosamente vicini. Non parla di un caso nello specifico, ma denuncia un sistema che fa parte del passato recente e di cui ancora oggi subiamo gli strascichi. Allo stesso tempo, a mio parere, il tema principale del romanzo sono le relazioni intergenerazionali e le dinamiche di coppia, aspetti che ho apprezzato particolarmente.

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